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Triboniano: chiudete il campo, ma non lasciate i rom senza dignità

Una casa, un lavoro. Questa la contropartita per la chiusura del campo rom di via Triboniano, uno dei più grandi della città. Lo chiedono al Comune le associazioni umanitarie che se ne occupano

Il 13 maggio nel campo rom di via Triboniano la popolazione si è rivoltata dopo l'allontanamento di una famiglia che, dai controlli comunali, risultava avere acquistato una casa. Abbiamo raccolto due testimonianze: quella di Fiorenzo De Molli, che coordina gli interventi della Casa della Carità nel campo, e di Roberto Malini di Everyone Group, agenzia di cooperazione per la tutela dei diritti umani.


De Molli, qual è la vostra posizione sulla tensione nel campo?


E' una tensione che è andata crescendo nel tempo, noi avevamo segnalato alcuni episodi sintomatici. Il campo è, in pratica, un villaggio molto grande che ospita 100 famiglie e circa 500 - 600 persone. Entra di tutto: gente onesta, gente disonesta. La crisi economica ha accelerato le tensioni perché molti abitanti hanno perso il lavoro.


Intanto ci sono stati anche degli allontanamenti...


Sì, da un lato hanno colpito famiglie che si è verificato avessero un mutuo per una casa in Italia. Dall'altro persone che hanno commesso reati. Ma in questo caso si è fatta di tutta l'erba un fascio, andando a colpire anche persone che si sono macchiate di reati non gravi e/o risalenti a molti anni fa, anche 10 o 15.


Da qui le tensioni?


Da qui la paura di non sapere cosa succederà, perché anche le persone che non hanno fatto niente di male hanno cominciato a preoccuparsi.


Cosa mi dice sugli scontri del 13 maggio?


Chiaramente c'è stata una premeditazione, basta leggere i comunicati su Indymedia per rendersene conto. Stando a questi documenti, i comitati antirazzisti hanno soffiato sul fuoco e portato i rom alla rivolta. Noi ci siamo dissociati e abbiamo smesso di entrare nel campo. Il nostro lavoro continua, ma adesso sono i rom a venire a cercarci nei nostri uffici. Ci assicurano che loro non hanno scritto né firmato alcun comunicato, anche se alcuni di questi portano la firma "i rom di via Triboniano".


Che genere di lavoro effettuate con i rom?


Dal 2007, anno della convenzione col Comune, abbiamo avviato soprattutto progetti di formazione per gli adolescenti che però non sempre si sono risolti in positivo a causa della mancanza successiva di fondi e della crisi economica.


Qual è il destino del campo?


Verrà chiuso. Il Comune lo ha deciso nel settembre del 2009, e a marzo ha fatto sapere che lo sgombero sarebbe stato effettuato entro il 30 giugno. Ora sembra che slitterà a fine anno. Noi siamo favorevoli alla chiusura perché la qualità della vita per noi è importante, e i ghetti non ci piacciono, sia quelli orizzontali come i campi rom sia quelli verticali come i palazzi di viale Sarca che l'estate scorsa sono sorti agli onori delle cronache.


C'è anche un piano predisposto da Roberto Maroni...


Il piano Maroni è incentrato soprattutto sulla sicurezza, e prevede sostanzialmente meno campi rom. Il problema sta nell'accompagnare le famiglie fuori dal campo. Ci vogliono due gambe: il lavoro e la casa. Preparare le condizioni per 100 famiglie è molto difficile e, forse, il piano Maroni avrebbe potuto prevedere più risorse per l'accompagnamento.


Roberto Malini, qual è la posizione di Everyone Group?


Noi lavoriamo per portare la questione dei gruppi etnici all'attenzione delle istituzioni internazionali, come l'Alto Commissario per i rifugiati all'Onu. Crediamo che il campo di via Triboniano vada chiuso con la contropartita di un lavoro e una casa, che il comune non ha mai messo nero su bianco.


Perché gli scontri?


Da sei anni denunciamo l'aumento della tensione nel campo. Di fatto a Milano stanno scomparendo i rom (erano 9mila nel 2006, ora sono poco più di mille) e questa per noi è la perdita di una presenza storica e culturale. Le violenze del 13 ci sono state perché i rom hanno cominciato a dialogare coi centri sociali che, però, pongono il tutto nella visione della lotta dei sottoproletari, mentre i rom non sono tali. Sono persone che vogliono lavorare, abitare in modo degno, e magari anche fare carriera. In Ungheria ad esempio ci sono magistrati rom e un'eurodeputata rom.


In pratica che cosa vi proponete di fare da qui a quando il campo verrà chiuso?


Assicurarci che i rom espulsi dal campo abbiano almeno una casa e un lavoro per continuare a vivere degnamente. Lo faremo coinvolgendo sempre di più le istituzioni internazionali, non ultima l'Unione europea.

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